Genti e Paesi


12° puntata: Le streghe (3° parte)

Se la pestilenza del 1630 lasciò illese le popolazioni del Bormiese, quella iniziata nel 1635 ne decimò invece gli abitanti e, se Semogo vide salire molti suoi abitanti sul patibolo per reati di stregoneria, fu invece preservato dal micidiale contagio, tanto che, per esempio, la riunione del Consiglio Ordinario del 25 agosto 1636 si svolse “nella Valle di Pedenosso, nei campi di Lirun, vicino a Semogo, loco eletto a preposito per essere la Terra di Bormio et quasi tutte le altre Valli intacate di contagione”.

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11° puntata: Le streghe (2° parte)

Ogni carestia, terremoto, frana, alluvione etc. richiedeva un colpevole e questo portò spesso ad identificarlo “con la strega”; come accadde durante la peste del 1630 che falcidiò la popolazione dell’Italia del nord, risparmiando miracolosamente la Comunità di Bormio, che comunque viveva nell’angoscia e nella paura, costituendo il substrato ideale per far scattare una nuova ondata di stregoneria. La cattura di una presunta strega doveva ottenere la confessione della vittima (che generalmente avveniva sotto tortura) per poter procedere all’uccisione della stessa, previa decapitazione e successiva bruciatura.

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10° puntata: Le streghe (1° parte)

Il Bormiese conobbe la sua prima caccia alle streghe nel 1483, quando le inquisite venivano condannate vive al rogo con “l’imputazione religiosa” d’essere al servizio del diavolo e conseguentemente rinunciatarie a Dio. Questo atteggiamento, che si schierava a favore della liberazione dal male, provocò l’uccisione di ben 41 streghe nel Contado di Bormio, che s’immaginava per credenza si cibassero di cadaveri di bambini preferibilmente non battezzati. Il Tribunale di Bormio richiamò nuovamente gli inquisitori nel 1519 e la seconda caccia alle streghe fu aperta.

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9° puntata: La peste in Valdidentro.

Alle miserie derivanti dalla guerra si aggiunsero in quegli anni efferatezze e atrocità dettate da credenze che avevano le loro radici nella notte dei tempi. Con la peste che incombeva e che aveva infettato le regioni limitrofe, si deliberarono ordini e misure di grande severità per evitare ogni contatto con le popolazioni finitime, ma un giovane di Isolaccia eluse ogni controllo e si recò in Engadina per consultare un maliardo di grande fama, dopo che la moglie si ammalò di “strana infirmità”.

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8° puntata: la Valdidentro devastata da eserciti e soldatesche.

Nel corso dei secoli la Valdidentro fu molte volte percorsa e devastata da eserciti e soldatesche. Curioso quel che si racconta in una cronaca seicentesca a proposito della località di Camplöng in val Fraele: in quel luogo un esercito ariano pare fu sconfitto dai Cattolici ai tempi di Teodosio (379-395), ed è alquanto singolare la credenza che voleva non potesse più sbocciare nessun fiore in tal luogo, che invece vedeva affiorare le ossa dei soldati che lì persero la vita.

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7° puntata: le acque termali

Sul territorio di Valdidentro scaturiscono anche le acque termali che in tempi remoti costituirono la “fama loci” di tutta l’ampia conca che prese il nome di Bormio da un remoto ‘bhor’, nel significato di “caldo”, riferito appunto alle acque che sgorgano dalle rocce sopra le forre del fiume Adda. Esse furono inizialmente utilizzate per fini curativi, ma si associarono anche ad attività ludiche e ricreative tanto da poter dire che i Bagni di Bormio furono gli antesignani dell’attuale diffusa attività turistica.

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6° puntata: le miniere del ferro in Valdidentro.

In Valdidentro, accanto all’agricoltura e alla zootecnia, si coltivarono sin dai primi secoli del millennio appena trascorso le miniere di ferro della val Vezzola, della val Fraele e di Pedenollo. Il primo forno fusorio di cui vi si ha memoria fu quello dell’Al (anticamente detta Val di Semogo), che utilizzava la vena ferrosa proveniente dalla val Vezzola e precisamente dalla località ormai quasi dimenticata del “Mot dela Fereda” (si ricordi a tal proposito che “Fereda” significa appunto “miniera di ferro”).

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5° puntata: Il trasporto ed il commercio nel Contado di Bormio.

Il trasporto e il commercio furono fra le più importanti attività praticate nel Contado di Bormio. Per privilegio di Francesco Sforza, dal 1450 i Bormini ebbero infatti il monopolio sui trasporti someggiati per i due valichi e le entrate derivanti da questa attività contribuirono significativamente alla loro ricchezza. Le merci più commerciate erano il vino ed il sale: il primo acquistato senza dazio in Valtellina fino a 1500 plaustri (ogni plaustro corrispondeva a circa 760 l.), il secondo, che permetteva il ritorno con le bestie da soma sempre cariche ma avvantaggiate da gabelle ridotte, veniva acquistato nelle saline di Hall, poco lontano da Innsbruck in Austria.

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4° puntata: la Valdidentro nell’antico regime. Le torri di Fraele.

Le torri di Fraele, costruite nel periodo visconteo e precisamente nel 1391, attivando le direttive dei due soprintendenti alla costruzione Tibaldo Marioli e Giovanni Foliani (pagati per il loro lavoro in libbre di sale, ferro, panno e segale), rappresentarono con le Serre dei Bagni e di Serravalle e il Castello di S. Pietro, il sistema difensivo del Contado di Bormio. La posizione delle stesse rendeva piuttosto difficoltoso conquistarle, anche per via delle guardie che le presidiavano come attesta un documento del 1435.

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3° puntata: la Valdidentro nell’antico regime.

Nelle istituzioni ecclesiastiche le sei Vicinanze, fino alla seconda metà del XV secolo, furono parte della Pieve di Bormio, la cui chiesa matrice o plebana era quella dei santi Gervasio e Protasio. A partire dal 1453 si vollero però separare per costituire parrocchie autonome. Fu così che in quell’anno le tre Vicinanze “di dentro” fondarono la cura di S. Martino e Urbano e, pochi anni dopo, nel 1467, quelle “di fuori” istituirono la cura di S. Gallo.

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