16° puntata: Valdidentro ed il Regno d’Italia (dal 1805 al 1815). Seconda parte.


Fu proprio in questo periodo povero e buio che alcuni cittadini tentarono la sorte emigrando nel Bresciano, a Chiari, nel Trentino, in Valtellina, a Domaso, a Vienna, a Nizza, in Germania, in Svizzera, nel Tirolo, in Valcamonica ed anche a Roma.
Dall’elenco trasmesso alla Vice Prefettura di Sondrio, a cavallo tra il1804 e il 1805, ben 72 risultarono i calzolai, i cappellai, i negozianti, i cocchieri e gli scodellai che richiesero il visto d’espatrio, concesso indistintamente ad ognuno per uno o due anni consecutivi.
Solo tre anni più tardi l’ingegnere Ferranti ottenne l’incaricato dalla Direzione Generale delle Acque e Strade per redigere una relazione sulla transitabilità dei percorsi dell’Alta Valle e fra le strade che ottennero maggior attenzione, quella di Fraele risultò la
più studiata, tanto da scomodare lo stesso Prefetto Ticozzi, che la voleva più comoda e ampia sul versante di Valdidentro e meno scoscesa verso la piana di Cancano.
Se svanì però la possibilità di ripristinare questa via per mancanza di fondi, molto più grave fu ciò che accadde nello stesso anno all’intera Valtellina.
Essa fu più volte coinvolta da tumulti e disordini scatenatisi nelle zone confinanti del Tirolo meridionale, che portarono gli insorti capitanati da Andrea Hofer a combattere (dopo la pace di Presburgo che aveva tolto all’Austria il Veneto e la Dalmazia a
vantaggio del Regno italico).
Caddero sotto le loro armi, unadopo l’altra, le postazioni valtellinesi di Albosaggia, Montagna, Caiolo, Boffetto, Piateda , seguite da Teglio,Villa, Tirano e, nel maggio 1809, anche da Bormio.